Tiki Moderno

Tiki, lo stile radical kitsch 
che conquistò anche Elvis

di Valerio Mattioli

Brutti, bruttissimi e perciò sublimi: sono i terrificanti oggetti amati dai maniaci del tiki-style, un bizzarro mix di primitivismo e beach culture anni 60 che sembrava estinto e invece ora è di nuovo sulla cresta dell’onda

La cornice è quella delle Hawaii, tutta palme, noci di cocco e spiagge da cartolina. Qui, ukulele in mano, camicia sgargiante e collana di fiori al collo, un Elvis Presley fresco di servizio militare e circondato da graziose pulzelle in rigorosi gonnellini tradizionali, intona ancheggiando uno dei suoi classici, la languida e un po’ melensa Blue Hawaii.

L’anno è il 1961. Il brano in questione darà il titolo al primo film di una elvisiana “trilogia hawaiana” che si chiuderà nel 1966 con il mediocre Paradise, non prima però di aver rinverdito l’intero genere dei cosiddetti “musicarelli” con le sue location esotiche e gli scenari idilliaci e fuori dal tempo. Elvis, d’altronde, dalle Hawaii era ossessionato. Nella sua dimora di Graceland si era fatto persino arredare un’intera stanza a tema, la leggendaria Jungle Room: in mezzo a totem posticci, kitscherie in stile tropicale e ridondanti decorazioni floreali, il divo del rock’n’roll dava dimostrazione, oltre che della sua proverbiale mancanza di buon gusto, di essersi adeguato all’ennesima follia che aveva investito la cultura pop Usa tra gli anni 50 e 60: una vera e propria mania che, tra un cocktail Mai Tai e un poster di Tarzan, prese il misterioso nome di Tiki.

Ancora oggi, non è ben chiaro da dove provenga il termine, anche se il riferimento più diretto sembra essere quello al “primo uomo” delle antiche leggende maori. E che dai set da sogno di Honolulu e dintorni, si passi alle popolazioni aborigene della Nuova Zelanda, dà subito l’idea di quale delirio stiamo parlando. L’invenzione dello stile Tiki risale agli anni Trenta, e affonda le radici nell’attrazione degli artisti surrealisti come il fotografo Man Ray per tutto ciò che sembrava primitivo e insolito, senza distinzione di epoche, geografie e tradizioni, e con l’obiettivo dichiarato di restituire l’immagine romanticamente distorta di un Oceano Pacifico capace di unire California e dimenticati pantheon australi, bella vita da spiaggia e torride atmosfere tribali.

Sia come sia: l’intenzione di Don Gantt, l’uomo a cui si deve il primo Tiki-bar della storia, era in effetti quella di mettere su un locale in stile polinesiano nel pieno dell’americanissima Hollywood. Solo che al Don The Beachcomber – questo il nome del locale – il menù prevedeva anche riso alla cantonese e rum di importazione caraibica, il tutto in mezzo a qualche pezzo di arredamento in stile Bora Bora e, appese ai muri, maschere che parevano più africane che altro. Era un pasticcio, ma di quelli che avrebbero fatto scuola, e che inventavano di fatto un’estetica nuova, celebrata ora nel libro Tiki Modern, curato dal massimo esperto del genere, il tedesco Sven A. Kirsten, e pubblicato dalla casa editrice Taschen.

Nel giro di brevissimo tempo, infatti, per tutta la California sarebbero spuntate le prime imitazioni, tra cui la celebre catena di ristoranti Trader Vic’s, ma solo negli anni Cinquanta la cosiddetta Tiki Culture sarebbe davvero esplosa. La Seconda Guerra Mondiale aveva infatti messo a diretto contatto un’intera generazione di americani con i luoghi e le atmosfere del Sud Pacifico. Qualcuno riportava a casa bizzarri souvenir provenienti da isole dai nomi al tempo stesso primordiali e seducenti quali Vanuatu e Papua Nuova Guinea, e da lì alla diffusione di un gusto tutto immaginario per un affascinante neoprimitivismo da favola, il passo fu breve.

Le intuizioni di Don The Beachcomber furono aggiornate ai tempi, l’industria cinematografica, ancora prima dell’elvisiano Blue Hawaii, si adeguò, e nacque persino una nuova categoria musicale, a cui venne dato il nome di Exotica. Musicisti come Les Baxter cominciarono a introdurre, su un tessuto blandamente jazz, riferimenti a sperdute tradizioni musicali esotiche, appunto, condendo i brani con strumentazioni insolite e caratteristici ritmi da giungla. Ne uscì un’euforica miscela a metà tra musica per spogliarelli e quadretti estivi in salsa cocktail, i cui eroi si sarebbero chiamati Martin Denny, Arthur Lyman e quello che forse è il più grande di tutti, il messicano Esquivel.

Qualsiasi suggestione che potesse suonare eccentrica veniva passata al frullatore e ricondotta a un frizzante miscuglio balneare: ritmi brasiliani, ruggiti di leoni, chitarre hawaiane, ululati tarzaneschi, percussioni cinesi, diventarono ingredienti obbligati di un suono che trovò il suo apice come colonna sonora di un’interminabile sfilza di b-movie a carattere esotico, e come intrattenimento leggero per i ritrovi da salotto o meglio ancora da piscina, come quella – in rigoroso stile Tiki, ci mancherebbe – di Hugh Hefner, il celebre fondatore di Playboy.

Facile immaginare il clima che si doveva respirare a bordo acque, tra ricostruzioni di capanne in paglia, lascivi ritmi jungle, e disinibite conigliette a intonare aloha. L’Exotica, come l’intera Tiki Culture, era condannata ad eclissarsi con l’arrivo di quegli anni 60 che alle palme di Honolulu avrebbero sostituito le foglie di marijuana, ma prevedibilmente rinacque tre decenni dopo, nel pieno dei Novanta. In sintonia con il grande revival della lounge music, una nuova scuola di illustratori e artisti resuscitarono la caratteristica iconografia neoprimitivista messa a punto più di sessant’anni prima da Don The Beachcomber.

Personaggi come Joe Coleman e Mark Ryden si sono molto ispirati all’immaginario Tiki regalandone una versione surreale e spaesante, in perfetto stile pop surrealista. Ma sarà proprio l’intera estetica Tiki a vivere un’esuberante stagione di riscoperta, sia per via delle ristampe di musica Exotica, sia perché a quel bizzarro coagulo di influenze che fu l’arredamento in stile pop-polinesiano ricorreranno sempre più locali di tendenza e club chic (o kitsch?).

Persino la Disney, nel cartoon Lilo & Stitch, renderà implicito omaggio all’Elvis di Blue Hawaii. Certo, non è più il tempo delle Jungle Room e delle piscine di Hugh Hefner, ma quantomeno a ogni estate il “primo uomo” ritorna: ed ecco che, tra un ruggito su sottofondo hawaiian-jazz e grotteschi totem di un Pacifico mai esistito, Tiki vive ancora.