Le origini stilistiche

Le origini stilistiche del Tiki Modern, come è efficacemente spiegato in alcuni interessantissimi capitoli, si ritrovano nell’ accoglienza delle masse americane nei confronti delle forme che le avanguardie artistiche, in Europa, avevano già elaborato nei primi anni del Novecento: in particolare il Cubismo, e poco più tardi l’ Espressionismo tedesco. Vediamo più precisamente che cosa si intende per “Tiki”, seguendo almeno un breve frammento del testo che accompagna le numerose illustrazioni del volume Taschen – e dovrete tenervelo in inglese, perché non ho alcuna voglia di star qui a tradurlo!

«Out of the sea of Polynesian Pop symbols, a new character stepped into the limelight around the mid-1950s, challenging the prominent position of the hula girls as the emblem of the South Seas fantasy. With the appreciation for primitive art on the rise on the American home-decor front, and mainlanders in their pursuit of fun and recreation seeking inspiration in Polynesian culture, the fetish figure commonly labeled as “Tiki” began to be used more and more as the logo of the exotic and tantalizing world of South Pacific pleasures»

 Salotto prodotto dalla ditta Witco&Co

Fra gli orrendi cancheri Tiki si riconoscono comunque molti oggetti deliziosi. Dal momento che, ahimè, non posso mettere qui tutto quanto – altrimenti l’ editore verrebbe a bussare alla mia porta! – dovrete accontentarvi di qualche sparuto esempio. Mi piacciono molto le coppe che, ad imitazione dei recipienti sacri adoperati nei primitivi riti cannibali, venivano usate per servire bevande alcoliche, a base di frutta tropicale, nei locali d’ ispirazione Tiki: qui, alla sera, il banalissimo uomo medio americano degli anni Cinquanta – con indosso giacca e cravatta perché di solito arrivava direttamente dall’ ufficio – si sedeva su abominevoli poufs di legno, bambù e pelliccia imbottita per farsi servire al tavolo da fanciulle seminude e abbronzate – agghindate con collane di fiori, parei della Polinesia o gonnellini di paglia venuti su dalle Hawai. Alla simpatica foggia delle Tiki-bowls, simili a calderoni ribollenti o a crateri vulcanici orlati di lava, si preferì in seguito la più pratica forma a tazza: si diffusero così le Tiki mugs – che sembrano temibili idoli totemici, con la faccia ridacchiante e, a volte, una linguaccia appuntita stretta fra le labbra.

 Maschere Tiki, prodotte dalla ditta Witco&Co

Mentre qui da noi furoreggiava la mobilia alla Chippendale, in America si ambiva a mettersi in salotto la paccottiglia in stile Tiki; con tanto di irrinunciabile mobile-bar per servire, durante il “barbecue” domenicale o i “parties” festivi, elaborati cocktails superalcolici a base di ananas, mango o cocco. La ditta Witco&Co, fondata dallo scultore William Hesteanver, si era persino specializzata nella produzione di arredi dall’ improbabile gusto esotico: a corredo illustrativo dei suoi cataloghi pubblicitari venivano esibite le fotografie di spaventevoli interni allestiti di tutto punto, fra divani ricoperti di pelliccia leopardata, massicci coffee tables intagliati a motivi geometrici e abatjour montate su pesanti teste scolpite in legno, con gli occhi sporgenti e la bocca sogghignante: l’ espressione tipica, demoniaca e allo stesso tempo divertente, dei falsi idoli squisitamente Tiki.

Divinità fasulle che riconosciamo anche nelle maschere da appendere alle pareti, sopra il divano o accanto al mobile-bar, incorniciate a gruppi di quattro su pannelli dipinti a tinta unita. Nel guardare questi curiosi quadretti proposti dalla ditta Witco – tristemente fallita in seguito al disperato tentativo di conciliare design scandinavo e spirito Tiki – mi è all’ improvviso venuta una magnifica idea! Potrei prendere quelle due maschere africane e inchiodarle sopra un supporto colorato, una accanto all’ altra, prima che vengano portate in sala ed esposte sulla mensola del caminetto – dove ora c’è solo un alberello fatto di rami secchi, rose in stoffa e foglie di mirto un po’ ingiallite.